Bu Shi, artista cinese (Yunnan, Cina 1993) con una doppia laurea in pittura conseguita rispettivamente al College of Fine Arts di Sichuan e in Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Bologna torna, dopo aver esposto nella collettiva Sine Qua Non in occasione dell’ottava edizione di Opentour, negli spazi della galleria CAR con la personale Il sogno della camera nera.
Il titolo, come scrive Emanuela Zanon nella presentazione, «parafrasa l’imprescindibile classico settecentesco della letteratura cinese Il Sogno della camera rossa (…) le cui atmosfere sono servite da impronta per entrare nei dipinti di Bu Shi e per avvicinarsi alla sua filosofia estetica, sintetizzata come un distillato di squisitezze visive che sembrano proliferare quasi per gemmazione l’una dall’altra e che discendono dalla rielaborazione dei repertori artistici della tradizione orientale e occidentale(…)». Il sogno della camera nera si riferisce al contempo al piccolo e prezioso dittico omonimo presente in galleria, dove nel riquadro di sinistra, viene raffigurata una ciotola di ceramica raku, eseguita cioè attraverso una tecnica particolare di cottura dell’argilla che condensa l’ideale di bellezza imperfetta e transitoria del Wabi-Sabi, e da cui sbuca la coda di un animale, mentre in quello di destra appare l’autoritratto in primo piano dell’artista con un paesaggio sullo sfondo.
Una dozzina di pezzi inediti di piccole dimensioni, perlopiù tempere ad acqua su tavola lucidata con la seta (ad eccezione di due opere su tela montate su supporto ligneo), ospitano scene di interni e miniature di paesaggi. Un tema quest’ultimo molto diffuso e apprezzato nella pittura tradizionale cinese pieno di significati profondi; si pensi al genere Shanshui hua e ai suoi paesaggi caratterizzati da montagne e fiumi in un naturalismo dalle connotazioni mistiche che, in linea con principi taoisti e buddisti, segue le regole di equilibrio, composizione e forma. Qui le alte e forti montagne rappresentanti lo yang, stagliandosi verso il cielo e per questo considerate dagli antichi le dimore degli immortali, si ergono su terreni attraversati da corsi d’acqua, morbidi e fluenti rappresentanti lo yin.
Alcuni lavori esposti, celebrando i grandi maestri del passato occidentali rivisitati con una sensibilità del Sol Levante, sembrano materializzare haiku giapponesi: analogamente a versi fortemente evocativi eppure estremamente sintetici dei componimenti orientali, pochi oggetti calamitanti, disposti armonicamente nello spazio, cadenzano ritmicamente la visione schiudendo universi poetici e misteriosi. Nature morte omaggiano quell’essenzialità che ci riconnette a certe atmosfere proprie dei quadri di Morandi insieme a una metafisica dal sapore dechirichiano.
Le opere racchiudono un congelamento temporale che rende l’hic et nunc del quotidiano momento privilegiato e assoluto di un enigmatico dispiegamento di visioni provocate da specchi moltiplicatori di punti di vista, quadri nei quadri con finestre che incorniciano paesaggi e che vengono a creare aperture su altri mondi, inquadrature di stanze che raccolgono oggetti in gran parte appartenenti alla collezione personale dell’artista in un concentrato di particolari che affiorano dalla superficie e si svelano via via al riguardante e talora brillano grazie a motivi dorati postivi accanto o alla stessa pittura fissata con lacca cinese.
I soggetti prediletti da Bu Shi, semplici e spesso reiterati nelle varie mise en scène, finiscono per diventare inevitabilmente familiari allo spettatore in un esercizio di equilibrio armonico che sembra una pratica di meditazione. Miniature di giardini zen, cristalli, frutta, vasi di vetro, uova, conchiglie, quadretti, scatole laccate e decorate anche ritratte in solitaria, come uniche e misteriose protagoniste della composizione, costituiscono moderne Wunderkammer incorniciate a volte da lembi di tendaggi, di retaggio cinque –seicentesco, simulanti sipari su scene di vita privata. Bu Shi predilige le tinte cupe, quasi gli scenari provenissero da un mondo inconscio o ci connettessero a dimensioni parallele dove lune piene nere galleggiano su cieli bui.
L’artista disegna col nero; un nero fagocitante che calamita l’attenzione dello spettatore e ne definisce oggetti, volumi e spazi. Un colore assoluto, da cui tutto si origina, elemento dalla forte fascinazione spesso legato a forze ctonie. Non a caso il tema che più ricorre nei dipinti di Bu Shi è quello della vanitas: candele, teschi, insetti, si ripresentano di quadro in quadro associati, però, talvolta a uova, simbolo di prosperità e rinascita poste su piedistalli finemente cesellati e conchiglie che, oltre a racchiudere le suddette caratteristiche, sintetizzano la conoscenza superiore. In queste buie composizioni caravaggesche fanno di tanto in tanto il loro ingresso lampadine e candele accese sempre con un forte richiamo alla conoscenza; intermittenze luminose che si frappongono ad atmosfere di cupe attese sospese.
In molte opere, lateralmente a ornare la composizione, compare come un vezzo, una firma-sigillo eseguita con caratteri antichi, conformemente alla secolare tradizione dell’arte calligrafica del paese di provenienza, e che come un tratto distintivo emergendo da questi ambienti bagnati dall’ombra, fa vacillare le nostre credenze e ci invita a esplorare ciò che troppo certo non è.
Info:
Bu Shi. Il sogno della camera nera
30.03-29.04.2023
CAR DRDE Gallery
Manifattura delle Arti- Via Azzo Gardino 14/A, Bologna
www.cardrde.com
Dopo studi classici, si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna, laureandosi in Storia del Cinema presso il DAMS Spettacolo e successivamente in Storia dell’Arte. Ha conseguito un Master in Comunicazione per le imprese culturali. Giornalista e critica, collabora con varie riviste cartacee e online specializzate nel settore artistico e culturale, tra cui Finestre sull’Arte, Segno, Exibart, Zeta-Rivista internazionale di poesie e ricerche, Punto e Linea Magazine, Gagarin Orbite Culturali. Ama l’arte in tutte le sue forme, prediligendo quella moderna, contemporanea e di ricerca.
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